Siamo tutti cavie per i farmaci. Da come reagiamo alla somministrazione, infatti, si ricavano informazioni preziose per la ricerca farmacologica. Ma quali e quante informazioni abbiamo a disposizione in questo settore?
Intorno ai test che riguardano i farmaci ruotano sempre grandi numeri: la quantità degli studi deve aumentare in modo costante, la coorte dei partecipanti deve essere sempre più ampia ai fini della statistica e i Paesi coinvolti dovrebbero essere sempre più diversificati, perché le differenze etniche sono una ricchezza per capire quali aspetti limitano l’efficacia di un farmaco. Ma soprattutto il fine a cui tali studi dovrebbero tendere sarebbe quello di raccogliere il maggior numero di risultati possibili, perché la partecipazione dei pazienti non diventi un’operazione vana e soprattutto perché medici e ricercatori possano raccogliere informazioni precise anche dalle esperienze passate.
Secondo il sito ClinicalTrials.gov, a oggi sarebbero 204.459 gli studi effettuati per testare molecole, farmaci, trattamenti e dispositivi. Di questi, poco più della metà è stato completato, cioè si è concluso normalmente. 57.224 sarebbero le ricerche effettuate in Europa, 8257 in Italia. 191 sono i Paesi coinvolti, ma il 72% degli studi viene realizzato tra il Nord America e l’Europa.
Che cosa sappiamo di questi studi?
Nel 50% dei casi si tratta di studi che testano un farmaco o una sostanza biologica; nel 19% dei casi sono studi osservazionali, cioè che si limitano a osservare gruppi di pazienti, infine per l’8% sono ricerche che impiegano particolari dispositivi a uso medico. Le malattie per cui sono state effettuate il maggior numero di ricerche sono quelle legate a infezioni batteriche e fungine (26%), I disordini mentali e comportamentali (39%) e, infine, quelle che riguardano il sangue e il sistema linfatico (34%). Le altre condizioni indagate ammontano a un numero così basso che tutte insieme coprono una percentuale inferiore allo 0.6% di tutte le malattie studiate.
Voluto dal Food and Drug Administration Modernization Act del 1997 per raccogliere i dati, monitorare i protocolli, accumulare i risultati degli studi clinici e dei test in cui partecipano uomini e donne, il sito dovrebbe nascere per informare pazienti, familiari, medici e ricercatori. E in effetti dal 2000, anno in cui il sito è entrato in funzione, il numero degli studi registrati è cresciuto. In parte perché le leggi intorno agli studi clinici sono aumentate, e quindi per molte ricerche è subentrato l’obbligo di registrazione, in parte perché molti sponsor o ricercatori hanno volontariamente inserito le proprie analisi sul sito.
Dal 2000 a oggi gli studi inseriti nel sito sono passati da un numero a quattro cifre a un valore a sei cifre. Tuttavia la crescita esponenziale degli studi non è stata supportata da una crescita proporzionale dei risultati. Insomma nel sito sono riportate le premesse delle ricerche, ma poi i più si sono dimenticati di annotare le conclusioni. La richiesta di inserire i risultati negli studi è entrata in vigore a partire dal 2008 e infatti da quell’anno a oggi è possibile rilevare un incremento anche nel numero di risultati pubblicati.
Pochi dati pubblicati nelle prime fasi dei trial
Secondo la ricerca comparativa di Andrew Prayle e colleghi, realizzata sulle pubblicazioni su ClinicalTrials.gov nel 2009, solo il 22% degli studi che avevano l’obbligo di rendere noti i risultati delle proprie ricerche ha risposto positivamente a tale richiesta. E sembra che gli studi pagati dall’industria e quelli nelle fasi sperimentali più avanzate (fase 3 e fase 4 della ricerca) siano più propensi a adempiere al proprio dovere.
Anche se il numero di risultati registrati con il tempo è aumentato, tuttavia sussistono alcune discrepanze all’interno del database ClinicalTrials.gov. I risultati pubblicati non corrisponderebbero esattamente con quanto dichiarato nelle pubblicazioni ufficiali su riviste di fama mondiale. Secondo l’analisi di Daniel Hartung e colleghi del 2014, nel 20% dei casi i risultati delle ricerche sono riportati in modo non coerente. In particolare, il 38% dei lavori pubblicati riporterebbero meno reazioni avverse ai farmaci di quanto registrato sul sito ClinicalTrials.gov, alcune delle quali riguarderebbero anche la morte dei pazienti.
Il progetto The Compare Project, avviato di recente, dimostrerebbe una certa facilità nel cambiare dati e obiettivi in corso di sperimentazione e soprattutto una certa leggerezza nella pubblicazione dei risultati, che passano dal laboratorio alla carta con una certa scioltezza e senza gli adeguati controlli.
Infine poco si sa anche riguardo agli studi terminati, quelli cioè che per qualche motivo non sono andati in porto e non verranno più ripresi.
Secondo l’articolo pubblicato da Williams e colleghi su PLOS, circa il 12% degli studi terminati (sono il 6% delle ricerche totali) riporterebbero i risultati e quindi le motivazioni per cui l’analisi è stata sospesa. Nel 57% dei casi le ragioni della sospensione sarebbero confuse e nel 10% dei casi non vengono riportate. Il 28% dei lavori invece non ha raggiunto i propri obiettivi per validi motivi, ad esempio per un rapporto sbilanciato tra i rischi e i benefici. È interessante anche osservare come la maggior parte degli studi non portati a termine si trovasse nelle fasi di sperimentazione più avanzate (fase 2,3 e 4).
Insomma cosa sappiamo di questi studi? Il sito è “open” e permette di scaricare un gran numero di informazioni, ma manca quella più importante: i risultati aggiornati.
