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In Europa la ricerca è una "X", e l’Italia non è in mezzo

1 Dicembre 2015 - Davide Mancino

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Poniamo di voler capire come funziona la ricerca in Europa – dove si pratica di più, esattamente. Guardare a quali nazioni spendono cifre maggiori è un modo, ma non per forza il più corretto.

Un punto di partenza migliore possono essere i dati a livello regionale, aggiornati al 2013, che mostrano l’esistenza di aree specifiche in cui si concentra una parte significativa della ricerca europea. Come spiega Eurostat, spesso tali zone si sviluppano intorno a istituzioni accademiche o distretti ad alta tecnologia, così da creare un ambiente favorevole e in grado di attrarre ulteriori start-up e nuovi talenti – un circolo virtuoso, dunque.

Le regioni a maggiore intensità di ricerca – che cioè investono una quota maggiore del proprio PIL in quest’attività – formano in Europa una sorta di “x”: da un lato si trovano nei paesi scandinavi e in Germania, dall’altro nel Regno Unito, nel Belgio, giù fino all’Austria e alla Slovenia. Per alcune aree mancano i dati più aggiornati ma la tendenza è consolidata ormai da anni, e in questo senso non c’è ragione di aspettarsi cambiamenti significativi.

Che dire invece dell’Italia? Sappiamo che la quota di investimenti riservata alla ricerca è inferiore, rispetto ad altri paesi, ma – come spesso succede – scendendo a livello regionale troviamo ampie variazioni. A impiegare la fetta più ampia delle proprie risorse in questo modo è il Piemonte, seguito dalla provincia autonoma di Trento, dall’Emilia Romagna e dal Lazio. Al contrario, le regioni che investono meno in ricerca sono Valle d’Aosta, Basilicata, Calabria e la provincia autonoma di Bolzano.

Se invece proviamo a dare un’occhiata alle risorse, ai milioni di euro effettivamente impiegati allo scopo, è la Lombardia a fare la parte del leone – il che non deve sorprendere: è anche la regione più popolosa – con il Lazio al secondo posto ma piuttosto indietro. Le regioni più piccole, come c’era da aspettarsi, riescono a muovere quantità inferiori di capitali.

Un altro modo di guardare le cose è capire come sono cambiate nel tempo, sia rispetto alla spesa in valori assoluti che in percentuale del PIL. Qui per l’Italia sono disponibili soltanto i dati che vanno dal 2011 al 2013, ma è comunque possibile farsi un’idea generale.

Nel Lazio e nel Piemonte, per esempio, la ricerca è aumentata su entrambi i fronti – anche se non di moltissimo – una crescita che invece in Emilia Romagna è stata più decisa. In Lombardia la ricerca è rimasta grosso modo allo stesso livello, e questo è il caso di diverse altre regioni.

Bisogna ricordare, però, che gli anni in questione sono stati un periodo di recessione per l’Italia – dunque anche per le sue regioni. Questo significa che uno dei motivi per cui la ricerca ha talvolta occupato una fetta maggiore del PIL è perché quel prodotto era in calo, mentre la ricerca ha tenuto botta e non si è ridotta in egual misura.

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Immagine: Public Domain

Davide Mancino

Data journalist, sarcasm expert.

Contributor @ Il Corriere della Sera, La Stampa, L’Espresso et. al.

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