La laurea in Italia non serve a niente? Qualche numero sulle dichiarazioni del ministro Poletti
9 Dicembre 2015 - Cristina Da Rold
I giovani italiani hanno in media un titolo di studio più elevato rispetto alla media dei paesi OCSE, ma i laureati italiani, che pur sono pochi, mostrano tassi di occupazione minori. Siamo infatti l’unico paese insieme alla Repubblica Ceca dove la disoccupazione oggi colpisce più i laureati rispetto a chi ha un titolo di studio più basso.
A dirlo è l’OCSE, all’interno dell’ultimo rapporto annuale “Education at a Glance 2015”. Nel marasma della querelle “il Ministro Poletti ha ragione”- “il Ministro Poletti ha torto” dei giorni scorsi, uno sguardo dall’esterno arriva come una pioggia necessaria, e ghiacciata.
Nel 2012 in Italia, fra i neolaureati (OCSE intende con questo termine chi non ha proseguito oltre con gli studi), i laureati di primo livello sono in proporzione pochi. Nel 2014 il 9% dei giovani dai 25 ai 34 anni è in possesso di una laurea di primo livello, contro una media europea del 21%. Al contrario i laureati di secondo livello sono leggermente di più rispetto alla media OCSE: il 15% dei 25-34 enni contro una media OCSE del 14%. Questo nonostante solo il 24% dei giovani italiani dai 25 ai 34 anni sia laureato, contro una media europea del 41%. Un dato che ci viene ripetuto dall’OCSE oramai da diversi anni e che non fa certo notizia.
Molti studenti italiani sono inoltre fuori corso: 1 laureato su 3 nel 2014 aveva più di 27 anni e 1 su 5 ottiene il titolo con oltre 3 anni di ritardo. L’età media alla laurea magistrale secondo Almalaurea, è oggi infatti di 26 anni, e nel mentre i tassi di occupazione sono ai minimi storici.
È vero dunque che ritardare la laurea ti danneggerà poi nell’entrata nel mercato del lavoro? Rispondere non è facile, perché ci sono molti fattori da considerare. Uno spunto di riflessione interessante viene da uno studio pubblicato nel 2011 proprio dal Consorzio Almalaurea, dove gli autori hanno analizzato i dati dei laureati in un periodo molto lungo, dal 1975 al 2009, chiedendosi se effettivamente aver ritardato l’età della laurea ha in qualche modo inciso negativamente sul futuro professionale dei laureati. L’idea di partenza del lavoro è che un ritardo nel completamento degli studi si traduce in uno spreco di risorse, personali e comunitarie. Insomma, un investimento che non ha reso come doveva.
L’analisi di Almalaurea mostra che sì, con la crisi prolungare eccessivamente gli studi, in particolare di oltre due anni, penalizza gli studenti in termini di possibilità di trovare lavoro, poiché li rende meno attraenti agli occhi di un possibile datore di lavoro, oltre a tradursi a lungo termine in un gap salariale. Un piccolo ritardo invece pare non incida granché, dato che in ogni caso la difficoltà di trovare lavoro riguarda un po’ tutti. Quello che sembra invece agevolare l’entrata nel mondo del lavoro fra chi si è laureato un pochino in ritardo, è l’aver lavorato durante gli studi. A quanto pare, sono le reali capacità che hai dimostrato nel tuo percorso, che sia la bravura negli studi piuttosto che la tenacia con cui sei riuscito a conciliare studio e lavoro, a essere premiate, almeno secondo questo studio.
Sempre i dati Almalaurea, che provengono dall’Indagine 2015 sul profilo dei laureati, sfatano anche il mito secondo cui i giovani d’oggi se la starebbero prendendo un po’ troppo comoda, che sarebbero cioè più lassisti dei giovani di 15 anni fa, con la scusa di una crisi che dà loro poca speranza di realizzarsi bene e a breve. Nel 2001, cioè ben prima della riforma 3+2, solo 1 studente su 10 si laureava in corso, mentre i giovani d’oggi a differenza dei loro fratelli maggiori, corrono. La sola differenza è che oggi quando ti laurei trovi molte meno porte aperte.
Che siano le capacità acquisite a fare la differenza lo dice anche il recente report OCSE, che aggiunge, senza giri di parole, che in molti laureati italiani le abilità scritte sulla carta non corrispondono a capacità davvero consolidate. L’Italia, insieme alla Spagna e all’Irlanda mostra infatti i punteggi più bassi quanto a capacità linguistiche fra i 25-34 enni laureati, per non parlare delle capacità matematiche o dell’abilità di sintetizzare le informazioni.
Infine un ultimo dato particolarmente interessante per guardarci dall’esterno: la partecipazione degli studenti italiani ai cosiddetti IFTS, un acronimo che sta per Istruzione e formazione tecnica superiore. Si tratta di corsi della durata anche di 1000 ore, che vengono erogati dopo le scuole superiori ma che non sono vere e proprie lauree, per formare personale tecnico specializzato. Se non avete mai sentito questo acronimo non dovete stupirvi: nel 2013 esso rappresenta meno dell’1% dei neolaureati italiani (OCSE annovera gli IFST tra l’educazione terziaria, cioè universitaria, pure separandoli dalle lauree di primo livello). Fra i paesi OCSE, l’11% dei neo-diplomati sceglie questo tipo di formazione invece di intraprendere un percorso universitario vero e proprio.
Comunque la si pensi, secondo l’OCSE un’elevata partecipazione a IFST è segno di una maggiore competitività del comparto giovanile di un paese sul mercato del lavoro globale.
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Immagine: Wikimedia Commons



