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La privacy non esiste più? Eppure ci teniamo ancora a difenderla

17 Novembre 2015 - Giulia Annovi

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privacy

Dai frammenti della nostra esistenza annotati sulle bacheche di Facebook fino ai dati più sensibili come il conto in banca o le nostre cartelle cliniche, riversare online dettagli e dati della nostra vita è parte della nostra quotidianità. E la sensazione che la privacy sia diventata un concetto dalle maglie più larghe rispetto al passato si è diffusa tra i cittadini europei, tant’è che secondo l’Eurobarometro Data protection 2015 i cittadini del Vecchio Continente che ritengono legittimo che le nostre informazioni personali siano presenti online sono il 71%.

Malgrado vi sia questa percezione diffusa, solo una minoranza si sente al sicuro: il 15% degli europei sente di avere il perfetto controllo delle informazioni personali fornite online, gli altri non dimostrano tale certezza. È interessante che la percentuale salga al 26% nel caso degli utenti che hanno rilasciato dati ai social network. Sono invece molto più numerosi (31%) coloro che ritengono di non avere alcun controllo sui dati rilasciati online. Molti (il 43%) sono coloro che ritengono che siano eccessive e inutili le informazioni richieste per accedere ad alcuni siti, e il 67% degli intervistati nutre perplessità e timori riguardo alla propria privacy.

La Comunità Europea, per rispondere all’insicurezza percepita nei propri cittadini ma anche per rinnovare le leggi emanate nel 1995, poco adatte a un mondo globalizzato e non uniformi in tutti i Paesi della UE, proprio nel 2015 si è ripromessa di rinforzare la legislazione con una riforma sulla protezione dei dati. Il Parlamento europeo ha lavorato quest’anno per trovare una soluzione alla possibilità di far migrare con facilità i propri dati da un provider di servizi a un altro; si è impegnato a definire meglio il diritto all’oblio e ha cercato di rafforzare l’obbligo di dichiarare in modo più esplicito e chiaro il trattamento dei dati del cittadino. Il fatto che tali leggi vengano allargate all’intera comunità europea è un’ulteriore garanzia, che si aggiunge a quella di creare un unico organismo di riferimento per ciascuno stato che tuteli il rispetto delle leggi.

Tra i cittadini europei il timore maggiore resta legato alla registrazione di dati relativi alla propria carta di credito e il mezzo con cui si temono maggiormente le frodi resta lo smartphone. Anche gli Italiani temono che i dati possano essere rubati soprattutto dallo smartphone o dal tablet (57%), ma lo stesso timore si ripresenta anche usando il proprio computer (54%). In minor misura fanno paura i servizi di cloud (34%). Il rischio più temuto dagli italiani è quello di essere vittima di una frode.

Facendo un confronto con gli altri Paesi europei, la sfiducia online non sembra vada di pari passo con l’accessibilità a internet: non è detto che la popolazione con maggior accesso al web perda fiducia nella controllabilità della propria privacy online. In Italia la percentuale dei “fiduciosi” è superiore rispetto alla media europea: coloro che pensano di avere il totale controllo dei dati corrispondono al 19% degli intervistati. Rispetto alla rilevazione del 2010 però gli italiani si sentono meno in dovere di fornire informazioni personali online: la percentuale è calata dal 41 al 26%.

Anche se c’è fiducia nei confronti del web, l’attenzione dei cittadini nei confronti della difesa dei propri dati non manca. Sebbene in Italia solo il 31% dei cittadini sia a conoscenza dell’esistenza di un ente preposto alla tutela della privacy, nel corso del 2014 sono pervenute al Garante della Privacy italiano 306 ricorsi, la maggior parte dei quali hanno riguardato banche e attività finanziarie. Il ricorso è la soluzione nel momento in cui il cittadino non viene accontentato nell’esercizio dei suoi diritti di privacy: se il titolare non risponde nell’intervallo di tempo a disposizione è possibile fare intervenire le autorità. Dopo alcuni anni in cui i reclami sono stati sempre più inflazionati, nel 2014 sono nuovamente cresciuti di 37 punti percentuali rispetto al 2013.

Secondo la Relazione 2014 del Garante della privacy, quest’anno sarebbero aumentati soprattutto i ricorsi per la mancata cancellazione da parte di Google delle pagine che riportano nomi e dati di persone. Le informazioni che si desidera togliere dai risultati del motore di ricerca riguardano soprattutto vicende processuali ancora in atto. Molti sono i ricorsi per il trattamento di dati legati alle attività economiche. Inoltre sono in aumento anche i ricorsi nei confronti degli editori rispetto all’anno precedente. Tra tutti i ricorsi effettuati nel corso dell’anno scorso, il 60% ha avuto un esito positivo, a favore del richiedente.

Ai ricorsi veri e propri sono complementari reclami e segnalazioni, che nell’anno 2014 hanno raggiunto il numero di 4170. Tra questi si è registrata una forte crescita per quanto riguarda l’abuso di strumenti di marketing attraverso il telefono. L’intervento da parte del garante della privacy ha provocato la comunicazione di notizia di reato all’autorità giudiziaria in 39 casi, mentre le sanzioni sono state inflitte per un ammontare di 4 milioni e 908 mila euro.

Se le pene sono state spesso grandi nei confronti dei “pesci piccoli” e irrisorie e complicate nei confronti dei grandi colossi, per il cittadino resta comunque di fondamentale importanza continuare a vigilare e soprattutto sviluppare maggiore consapevolezza nei confronti dei click che ogni giorno compiamo, talvolta con eccessiva leggerezza.

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Giulia Annovi

Data-journalist, scrivo di scienza, medicina e tecnologia.

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