Legge Zan: necessaria o liberticida? L’omofobia spiegata attraverso i numeri
265 sì, 193 no e 1 astenuto: è con questi voti che il 4 novembre scorso la Camera dei Deputati ha approvato a scrutinio segreto la legge contro l’omotransfobia, la misoginia e le violenze contro le persone disabili. Detta anche “Legge Zan”, dal nome del deputato e relatore Alessandro Zan, in molti ritengono che se dovesse essere approvata anche al Senato, la legge rappresenterebbe per l’Italia un significativo passo avanti nel campo del riconoscimento dei diritti e nella tutela delle persone LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali).
Infatti, dopo 23 anni di tentativi falliti, l’ultimo quello del 2013 con la proposta di legge di Scalfarotto che rimase bloccata al Senato, finalmente l’Italia si metterebbe al passo di una buona parte dei Paesi dell’Unione Europea in cui è già presente una qualche forma di tutela che riconosce e punisce i reati di omotransfobia.
Meglio tardi che mai, potremmo dire, dato che sono passati già 30 anni, 17 maggio 1990, da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, definendola, dal punto di vista scientifico: “una variante naturale del comportamento umano che comporta l’attrazione sentimentale e/o sessuale verso individui dello stesso sesso.”
Questo ritardo sul piano legislativo non ha sicuramente giovato all’Italia, che secondo la classifica stilata da ILGA Europe (International Lesbian and Gay Association), con un indice del 23% si trova al 35° posto, su un totale di 49 Paesi Europei e dell’Asia centrale presi in considerazione, nella tutela dei diritti e dell’uguaglianza delle persone LGBTI, e addirittura al 23° se consideriamo solo i 27 Stati dell’Unione Europea.
La Legge Zan
Definita un passo importante e necessario da alcuni esponenti politici e “liberticida” da altri, la Legge Zan ha suscitato non poche polemiche e discussioni.
La legislazione italiana riconosce e punisce i reati d’odio fondati sulla discriminazione razziale, etnica e religiosa attraverso la Legge Mancini del 1993.
La Legge Zan “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” propone una modifica degli articoli 604-bis e 604-ter della Legge Mancini.
L’articolo 604-bis, che si occupa di enumerare i delitti contro l’uguaglianza, viene modificato attraverso l’aggiunta degli atti discriminatori fondati sul genere, sesso, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Punirà inoltre la discriminazione o l’istigazione ad essa con la reclusione di un anno e sei mesi o con fino a 6000 euro di multa. Pena ben più severa, da 6 mesi a 4 anni per chi commette o istiga veri e propri atti di violenza per tali motivi o partecipa a movimenti, associazioni, gruppi che praticano propaganda discriminatoria incitando e istigando alla violenza.
L’articolo 604-ter, che stabilisce le circostanze aggravanti della pena per i reati d’odio, viene modificato attraverso l’aggiunta dei suddetti reati, aumentando la pena sino alla metà.
Inoltre, con la modifica dell’articolo 90-quarter del codice di procedura penale, durante il processo si assicura protezione e particolari tutele per le vittime che subiscono reati di discriminazione per i motivi sopraelencati.
La Legge Zan, oltre alla modifica della Legge Mancini, introduce importanti novità, istituendo la Giornata nazionale contro l’omotransfobia, la lesbofobia, la bifobia il 17 maggio e introducendo iniziative nelle scuole di ogni ordine e grado. Inoltre, ogni anno verranno stanziati 4 milioni di euro per il Fondo pari opportunità, in modo da finanziare iniziative e politiche per il contrasto e la prevenzione di atti violenti e discriminatori, legati a motivi di orientamento sessuale, genere, sesso e identità di genere, nonché per la realizzazione di centri antri-discriminazione, in cui le vittime di tali reati potranno trovare assistenza, vitto e alloggio.
Oltre a tali disposizioni è importante sottolineare la presenza di una clausola di salvaguardia dell’art.21 della Costituzione italiana, che istituisce e protegge il diritto di espressione, pensiero ed opinione. Infatti, tale clausola risponde a tutti coloro che accusano la legge Zan di introdurre il reato di opinione e di essere quindi anticostituzionale, in quanto garantisce e tutela il pluralismo delle idee e la libera scelta, purché non costituiscano un incitamento e un pericolo concreto a commettere atti di violenza e di discriminazione.
L’omofobia in Italia: i dati
Il ritardo italiano sul piano legislativo è dovuto anche al fatto che le opinioni sul fenomeno dell’omotransfobia sono molteplici e variegate: alcuni ritengono che una legge del genere sia superflua e inutile, altri ritengono che sia estremamente necessaria, in quanto il fenomeno è in netta crescita e dunque preoccupante.
Ogni anno dal 2006, l’associazione Arcigay stila un report sull’omotransfobia, censendo i vari atti omotransfobici che sono apparsi sulla stampa durante l’anno; non si parla solo di atti prettamente fisici, ma anche di dichiarazioni e utilizzo di hate speech (linguaggio apertamente discriminatorio).
Il grafico mostra, in modo abbastanza chiaro, come negli ultimi 5 anni sia avvenuto un aumento dei casi: il picco si ha nel 2016/2017, anno in cui si registrano 196 casi. L’anno dopo la situazione sembra migliorare leggermente con 119 casi, ma il 2019 ribalta nuovamente il risultato registrando un 33% (187) di casi in più rispetto al 2018.
I dati del 2020 non sembrano portare buone notizie: 138 casi.
Secondo i dati riportati dalla Gay Help Line, che si occupa di fornire assistenza alle vittime di omotransfobia, nel 2020 c’è stato un aumento del 9% di abusi e violenze rispetto al 2019, e si arriva ad un 40% per gli adolescenti durante l’emergenza Covid. Infatti, molti casi hanno luogo proprio in ambiente familiare: maltrattamenti, punizioni, aggressioni di genitori che non accettano l’omosessualità dei figli.
I primi 6 mesi del 2020 hanno registrato 57 casi, avvenuti soprattutto nelle grandi città. Sebbene i mesi di lockdown abbiano contribuito a ridurre il numero di aggressioni fisiche, quelle verbali sono aumentate.
Secondo il report di Arcigay (2020), nell’ultimo anno la maggior parte degli atti omotransfobici si sono verificati sotto forma di aggressioni, discriminazioni ed insulti. Da non sottovalutare però il dato sulle dichiarazioni politiche: 14, che costituiscono il quarto atto più diffuso.
Tale fenomeno viene confermato anche da Ilga-Europe nel report Annual Review 2019, nel quale si registra che in vari Paesi la retorica anti-LGBTI da parte di politici e religiosi fosse in aumento.
Nel 2013 l’Italia si posizionava solo dopo la Lituania per l’utilizzo di un linguaggio discriminatorio da parte dei politici.
Utilizzando i dati riportati nei vari report sull’omotransfobia dal 2006 al 2020 redatti da Arcigay, abbiamo cercato di capire se gli atti discriminatori ai danni della comunità LGBTI fossero distribuiti in maniera eguale in tutta Italia o in alcune aree ci fosse una maggiore concentrazione. Il grafico non lascia dubbi: il Nord con il suo 48% fa da padrone, seguito dalle regioni dell’area centrale (27%). Se prendiamo in considerazione solo l’ultimo anno, il trend viene ampiamente confermato, in quanto su 138 episodi: 74 si sono verificati al Nord, 30 al Centro, 21 al Sud e 13 nelle Isole.
Dai dati si osserva inoltre che le grandi città sono solitamente il palcoscenico preferito in cui avvengono certi atti.
Sondaggi e statistiche: la percezione ed il pensiero dei cittadini italiani ed europei
Per capire meglio il fenomeno omotransfobico è utile analizzare il pensiero e la percezione che le persone hanno in merito al tema LGBTI e proprio con tale scopo, sono state svolte svariate indagini, sia a livello nazionale che a livello europeo.
Una delle prime ricerche sulla popolazione omosessuale nella società Italiana è stata svolta dall’Istat e risale al 2012. In tale rapporto si evince che il 61,3% dei cittadini ritiene che in Italia gli omosessuali sono molto o abbastanza discriminati. La stessa percentuale viene riportata in una ricerca di Amnesty international “Gli italiani e le discriminazioni” del 2018, non registrando dunque alcun miglioramento negli anni. Nel 2019 un’indagine eseguita dall’Eurobarometro registra addirittura un peggioramento: 69%.
La percentuale si alza ulteriormente quando si parla di persone transessuali, infatti, secondo l’Istat l’80,3% degli italiani ritiene che le persone transessuali siano vittime di discriminazione.
In entrambe le ricerche (Istat e Amnesty) il 40% delle persone LGBTI ha dichiarato di essere stato discriminato almeno una volta nella vita, il 24% a scuola o all’università e 22% nel posto di lavoro. La scuola infatti risulta essere un luogo ostile, in cui non si parla di orientamento sessuale e identità di genere. Un’indagine condotta da Gay Help Line riporta che il 34% degli studenti pensano che l’omosessualità sia sbagliata, il 10% che sia addirittura una malattia o un peccato e il 27% non accetta di avere un compagno di banco omosessuale.
La situazione non appare rosea neanche quando le persone vengono interrogate riguardo la possibilità che un omosessuale ricopra determinati ruoli professionali. Infatti, secondo i dati Istat (2012) il 28% dei cittadini non accetta che possano essere medici, il 24,8% che possano essere politici e ben il 41,4% che possano assumere il ruolo di insegnante di scuola elementare, presupponendo dunque che omosessualità e istruzione possano in qualche modo essere in conflitto.
Un dato che appare interessante e che viene riportato sia dall’Istat (2012) che da Amnesty (2018) è un 56% di persone che reputano che gli omosessuali dovrebbero essere più discreti o addirittura, il 30% ritiene che non dovrebbero esplicitare il proprio orientamento sessuale. Quindi, una buona percentuale di cittadini ritiene che per le persone LGBTI vivere nell’ombra o non esternare la propria sessualità potrebbe essere la soluzione giusta o un giusto compromesso per essere accettati.
Un tasto ancora più dolente è rappresentato dal tema riguardante le adozioni: il 64% degli italiani non si trova per niente d’accordo con la possibilità che una coppia formata da due uomini possa adottare un bambino, percentuale che si abbassa al 59% se parliamo di coppie lesbiche.
Una delle più recenti ricerche in campo europeo è quella effettuata dalla Commissione Europea. Nel 2019 l’Eurobarometro ha cercato di fare il punto sulla discriminazione in Europa, misurando inoltre il grado di accettazione sociale per quanto riguarda le persone LGBTI.
Come mostrano i vari grafici, i valori italiani sembrano essere per la maggior parte in linea o inferiori alla media europea.
Innanzitutto, il 68% degli italiani pensa che le persone LGBTI debbano avere gli stessi diritti degli eterosessuali (graf.3), 8 punti in meno rispetto alla media europea (76%). Paesi come Svezia, Spagna, Olanda e Regno Unito dimostrano essere molto più aperti e tolleranti, con una percentuale che arriva e addirittura supera il 90%.
Quando si parla di riconoscimento legale dell’identità di genere per le persone transessuali, la percentuale italiana si abbassa ulteriormente al 43% e al 37% per quanto riguarda l’inserimento di un terzo genere nei documenti pubblici. Osservando i primi due grafici riguardanti l’accettabilità sociale delle persone LGBTI, salta subito all’occhio come i cittadini sia italiani che europei non si trovino esattamente a proprio agio quando viene chiesto loro di immaginare una persona transessuale ricoprire la carica più alta del proprio Paese, ritrovarsela come collega di lavoro o come genero o nuora. Infatti, quando si parla di questa categoria, le percentuali calano sia in Italia che in Europa, addirittura il 46% degli italiani non accetterebbero che il proprio figlio o figlia avesse una relazione con una persona transgender, a fronte di un 29% che invece si troverebbe a proprio agio. Tuttavia, c’è da sottolineare il fatto che tra i tre ruoli proposti, quello del genero o della nuora è quello che registra percentuali più basse di accettabilità, mentre quello di collega di lavoro dimostra essere quello più tollerato.
Un altro tasto dolente è rappresentato dalla reazione degli italiani e degli europei in generale di fronte alle dimostrazioni d’affetto in pubblico (graf.4). In modo abbastanza prevedibile, le effusioni tra uomo e donna non sembrano creare grossi problemi, al contrario, quelle tra due uomini e tra due donne non sembrano mettere a proprio agio soprattutto gli italiani, che registrano un grado di accettazione al di sotto della media Europea, sia per le coppie gay che per le coppie lesbiche, sebbene quest’ultime, per 3 punti (40%), sembrano possano permettersi qualche effusione in più.
L’agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA), nel report “A long way to go for LGBTI equality” (2019), ha voluto indagare il punto di vista della comunità LGBTI, raccogliendo 140.000 risposte provenienti da 30 Paesi (i 27 Stati membri dell’Unione Europea più il Regno Unito, la Serbia e la Macedonia).
Il grafico numero 5 ci mostra come la maggior parte dei partecipanti abbia timore anche solo di prendere per mano il proprio partner (62% e 61%) o di frequentare alcuni luoghi pubblici per paura di essere discriminato o addirittura aggredito.
Timore che si è rivelato fondato per il 40% degli italiani LGBTI, che nell’anno prima del sondaggio si sono sentiti discriminati in un luogo pubblico che potesse essere un bar, ristorante, ospedale o un semplice negozio. Non mancano ovviamente le discriminazioni sul lavoro e addirittura le molestie o gli attacchi fisici, per fortuna in percentuale minore.
Tuttavia, dal grafico si può notare come in tutte le varie situazioni riportate, la percentuale italiana si avvicini molto a quella Europea, si tratta quindi di un problema generalizzato e non specifico del nostro Paese.
Un dato che non possiamo tralasciare è però quel misero 8% di italiani appartenenti alla comunità LGBTI che ritiene che il governo stia agendo in modo efficace per combattere pregiudizi ed intolleranza nei confronti della loro comunità. Ciò vuol dire che il restante 92% la pensa in maniera diversa o addirittura opposta, praticamente quasi la totalità. Non ci sorprende dunque che le discriminazioni omotransfobiche siano poco denunciate, in quanto le vittime sono consapevoli della mancanza di una legge: secondo i dati di Gay Help Line solo 1 vittima su 40 pensa che denunciare possa servire a cambiare la situazione.
La situazione legislativa Europea in difesa dei diritti LGBTI
In 13 Paesi al mondo vige ancora la pena di morte e per 70 l’omosessualità viene ritenuta ancora un reato.
Fra i vari tipi di discriminazione, l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE riconosce e vieta quella per orientamento sessuale.
Il Parlamento Europeo dunque condanna l’omofobia e la considera analoga al razzismo, al sessismo, all’antisemitismo e alla xenofobia. Inoltre, attraverso varie Risoluzioni, raccomanda agli Stati membri di combattere tali crimini d’odio proponendo delle leggi adeguate, che garantiscano sicurezza e protezione a tutte le vittime; condanna inoltre e si dissocia da qualsiasi commento discriminatorio formulato da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali.
Svariati Stati europei si sono attenuti a tali disposizioni riconoscendo e punendo l’omofobia come reato; in particolare, la Norvegia già nell’81 ha incluso l’omosessualità nella sua legislazione anti-discriminatoria, diventando il primo Paese al mondo a compiere un passo del genere.
L’Italia, quasi 40 anni dopo, forse sta riuscendo a raggiungere questo traguardo, in quanto dopo l’approvazione della legge Cirinnà (legge 76/2016), che consentiva le unioni civili tra persone dello stesso sesso, il nostro Paese ha subito una battuta d’arresto sul piano del riconoscimento legale dei diritti LGBTI.
Ogni anno ILGA Europe, attraverso la Rainbow Europe Map, illustra la situazione politica e legislativa di 49 Stati Europei e dell’Asia centrale in merito ai diritti LGBTI, stilando inoltre una classifica.
(crediti: ILGA Europe)
Come possiamo osservare dall’immagine disponibile sul sito di ILGA, a ogni Stato viene assegnata una percentuale, calcolata esaminando le leggi e le politiche in favore dei diritti LGBTI e usando un set di 69 criteri divisi in sei categorie: uguaglianza e non discriminazione, famiglia, crimini d’odio ed hate speech, riconoscimento dell’identità di genere e integrità del corpo, spazio nella società civile (libertà di espressione e associazione), diritto d’asilo. Più alta è la percentuale, più lo Stato è equipaggiato dal punto di vista legislativo per garantire uguaglianza e parità di diritti alla comunità LGBTI.
L’Italia presenta un misero 23% e, tra i Paesi Europei occidentali, è l’unica ad avere un indice così basso, colorandosi di arancione tra un mare di verde. Sicuramente una delle pecche più grandi del nostro Paese è quella di non avere ancora una legge contro l’omofobia e quindi non riconoscere la discriminazione per orientamento sessuale. Inoltre, nel campo familiare l’Italia riconosce solo parzialmente le famiglie che presentano due genitori dello stesso sesso, permette solo le unioni civili e non riconosce pienamente i diritti delle persone transessuali, imponendo ad esempio delle restrizioni sull’età e la scelta del nome legale. Nel 2019 una coalizione di associazioni ha presentato un documento all’ONU in cui si faceva il punto sullo stato dei diritti umani delle persone LGBTI in Italia, riscontrando varie carenze come: la legislazione incompleta, la condizione dei figli degli omosessuali che non vengono pienamente tutelati e riconosciuti, la presenza di attacchi d’odio da parte di personaggi pubblici e politici e le difficoltà riscontrate dai richiedenti asilo LGBTI nel riconoscimento dello status di rifugiato. A marzo l’ONU ha intimato il nostro Paese a legiferare in materia di discriminazioni, perché ritenuta indietro rispetto ad altri Stati.
CLASSIFICA ILGA: https://rainbow-europe.org/country-ranking
Un indice così basso ha fatto sì che l’Italia si posizionasse al 35° posto nella classifica, dopo la Lituania e prima dell’Ucraina. Tra i Paesi più virtuosi troviamo: Malta, Belgio e Lussemburgo, invece tra i peggiori: Turchia e Azerbajan.
Come possiamo osservare dal grafico, l’indice italiano è sempre stato abbastanza basso, raggiungendo al massimo il 27% nel 2017 e nel 2018 e calando nuovamente a picco nel 2019 (22%). La causa di questo crollo è stata causata dall’aumento del 40% dei crimini d’odio rispetto al 2018 e soprattutto dal Congresso mondiale delle famiglie avvenuto a marzo 2019 a Verona, colpevole di aver aumentato la discriminazione contro le famiglie LGBTI e di essere stato inoltre supportato dal governo.
Dando uno sguardo globale, secondo i dati della Annual Review 2020, il 49% dei Paesi non hanno registrato nessun progresso rispetto all’anno precedente, anzi, alcuni sembra che stiano addirittura tornando indietro: l’Ungheria non riconosce le persone transessuali e non fornisce adeguata protezione per manifestazioni e pride; per non parlare della Polonia che ha istituito comuni e province LGBT free-zone e il governo continua ad utilizzare una retorica anti LGBT.
Nel 2020 si riscontra inoltre un aumento generalizzato dell’hate speech e della retorica contro la comunità LGBTI da parte di politici, religiosi e personaggi pubblici in generale.
Inoltre, molti Paesi sembrano voler tornare indietro per quanto riguarda i diritti delle famiglie omosessuali; invece in merito all’integrità del corpo per le persone intersessuali, il Comitato Europeo ha raccomandato ad Austria, Italia, Belgio, Regno Unito e Malta di proporre delle leggi per assicurare che nessun individuo sia sottoposto a operazioni o trattamenti senza il suo consenso.
I dati e le varie sollecitazioni dalle istituzioni europee e internazionali come l’ONU sono la prova che la legge contro l’omotransfobia sarebbe quantomeno il primo passo per l’Italia per rimettersi in carreggiata con la maggior parte dei Paesi Europei.
È tuttavia vero che, oltre al piano legislativo, si ha estremo bisogno di un cambiamento di mentalità all’interno dell’intera società, bisogna educare le persone alla tolleranza e alla non discriminazione e, secondo Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay e direttore di Gaynews, questo è possibile farlo attraverso una grande campagna culturale.
Il solo fatto che ci sia bisogno di una legge che vieti certi comportamenti, che in una società civile dovrebbero essere già evitati a prescindere da qualsiasi prescrizione, ci dimostra quanta strada ancora dobbiamo percorrere per liberarci dal pregiudizio e dall’ignoranza, che molto spesso spacciamo per diritto di opinione.

